Giorgio Agamben
L’infanzia di Adamo
Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa
dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza
infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il
Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e
dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E
soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti
gli animali del giardino.
Non stupisce che un
essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente
destinato
alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente
cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e
compimento
proviene da questa singolare
carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente
privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni
peccato che, da una parte,
l’infanzia è per ciascuno di noi
il luogo della nostalgia
dell’impossibile
felicità e, dall’altra, nell’organizzazione
sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo
disciplinare e
ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto
di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in
noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia.
Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia,
finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia.
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